Mentre le indagini sulla violenza consumata a Castellammare di Stabia procedono, i dettagli che emergono dalle venti pagine dell’ordinanza di custodia cautelare delineano un quadro ancora più inquietante di quanto inizialmente ipotizzato. Non si è trattato solo di un’aggressione brutale, ma di un vero e proprio delirio psicologico durato ore, in cui la vittima, una ragazza di 22 anni, è stata privata non solo della libertà, ma della sua stessa dignità umana. Il 26enne arrestato dai carabinieri di Sant’Antonio Abate avrebbe messo in atto un rituale di sottomissione crudele, alternando minacce di morte a paradossali gesti d’affetto finale.
Dalla “casetta da giardino” al sequestro in cantina
L’inganno è iniziato sui social, tra Instagram e WhatsApp, dove l’indagato aveva convinto la giovane a incontrarsi parlando di una rassicurante “casetta da giardino” vicino alla sua abitazione in corso Alcide De Gasperi. La realtà si è rivelata drammaticamente diversa non appena la ragazza è giunta sul posto: l’uomo l’ha condotta in una cantina condominiale, sottraendole immediatamente il cellulare con il pretesto di usarne la torcia. Una volta dentro, ha sbarrato l’unica uscita con un pesante termosifone abbandonato, trasformando quel locale isolato in una prigione. Da quel momento, il tono del 26enne è cambiato radicalmente: “Io stasera ti uccido”, le avrebbe urlato, chiarendo subito che quel luogo buio sarebbe diventato teatro di una violenza programmata.
Le travi di legno e l’assurda richiesta di “simulare la morte”
Il racconto della vittima, ritenuto coerente e attendibile dal GIP Mariaconcetta Criscuolo, descrive momenti di pura tortura. Oltre agli abusi sessuali e alle percosse, l’aggressore avrebbe costretto la giovane a partecipare a una sorta di macabra messinscena: le avrebbe chiesto di simulare il soffocamento e di fingere di essere morta mentre le appoggiava delle travi di legno sul torace. Un abuso continuato, scandito da calci e schiaffi, terminato solo intorno alle 00:30 quando l’uomo ha deciso di liberarla, chiedendole di non raccontare nulla perché “non dovevano far sapere i fatti loro alla gente”. Prima di lasciarla uscire, l’ultimo gesto disturbante: un abbraccio forzato, quasi a voler cancellare ore di terrore con un segno di normalità.
Il percorso verso la giustizia e il rischio di reiterazione
La salvezza della 22enne è passata attraverso la solidarietà di un amico, con cui si è confidata il giorno successivo e che l’ha spinta a recarsi al Pronto Soccorso. Fondamentale è stato anche il supporto di un centro antiviolenza di Gragnano, che l’ha accompagnata nel delicato iter della denuncia presso i carabinieri. Nell’emettere la misura del carcere, il giudice ha sottolineato l’estrema pericolosità sociale dell’indagato, ravvisando un rischio concreto che potesse colpire ancora. I referti medici e i rilievi fotografici hanno confermato ogni parola della vittima, chiudendo il cerchio attorno a una notte di violenza che ha segnato profondamente la comunità stabiese.
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