Non sono bastate le cicatrici ancora fresche di frane devastanti, né i numerosi sequestri che negli anni hanno colpito l’abusivismo edilizio sull’Isola Verde. La speculazione più selvaggia torna a colpire Ischia, spingendosi in uno dei suoi angoli più remoti e fragili: la località “Capo Grosso – Scarrupata”. In questo scenario mozzafiato, i Carabinieri hanno svelato una ferita profonda inferta al territorio: un complesso di opere abusive progettato per trasformare una costa incontaminata in un resort di lusso clandestino, protetto da un sofisticato sistema di occultamento.
L’inganno della rete mimetica: un resort invisibile dall’alto
Per sfuggire ai controlli aerei e navali, i responsabili avevano messo in atto un piano di mimetizzazione quasi maniacale. Al di sopra di una struttura di 32 metri quadrati, era stata stesa una rete mimetica vegetata, capace di fondersi perfettamente con i colori della macchia mediterranea circostante. Un espediente che dimostra la piena consapevolezza dell’illecito. Per realizzare il complesso, i costruttori non hanno esitato a sbancare circa 5 metri cubi di terreno, livellando l’area e installando oltre 120 metri di condotte idriche abusive nel sottosuolo, insieme a collegamenti elettrici ricavati all’interno di una grotta naturale, trasformata in un deposito per gruppi elettrogeni.
Blitz a nuoto e droni: l’operazione dei Carabinieri
Raggiungere il sito non è stato semplice. I militari della Stazione di Barano d’Ischia e del Nucleo Navale hanno dovuto avvicinarsi via mare e raggiungere la costa a nuoto, scoprendo un sistema articolato di scale in ferro e legno fissate direttamente sulla roccia. Un percorso di 16 metri che collegava la costa a un’abitazione situata sulla sommità della parete. Solo grazie all’utilizzo di droni di ultima generazione è stato possibile mappare l’intero abuso, nascosto tra le cavità naturali e la fitta vegetazione. L’area colpita è classificata come “Coste Alte” dal Piano Paesaggistico Regionale ed è soggetta a rigorosi vincoli sismici e ambientali.
Uno schiaffo alla sicurezza: cemento in zona R4
Ciò che rende l’abuso ancora più grave è la classificazione dell’area: la Scarrupata ricade infatti in zona R4, ovvero a rischio frana molto elevato. Il resort clandestino è stato edificato in prossimità di un impluvio naturale, il canale dove defluisce l’acqua piovana. Alterare questo delicato equilibrio idrogeologico significa aumentare esponenzialmente il pericolo di nuovi dissesti, mettendo a rischio l’incolumità pubblica. Le indagini hanno confermato che i lavori erano ancora in pieno svolgimento, come testimoniato dal ritrovamento di trapani, seghe e lamiere pronti all’uso.
Sequestri e denunce: nessuna possibilità di sanatoria
L’intervento dei Carabinieri, in collaborazione con l’Ufficio Tecnico Comunale, ha portato a due sequestri preventivi, ritenuti necessari per evitare che il danno ambientale diventasse irreversibile. Quattro persone, tra proprietari e comproprietari dei terreni, sono state denunciate e dovranno rispondere di violazioni edilizie, paesaggistiche e di danneggiamento di beni culturali. Per l’ecomostro della Scarrupata non ci sarà via d’uscita: le relazioni tecniche hanno già escluso categoricamente ogni possibilità di sanatoria, condannando le opere alla demolizione per restituire alla natura uno dei suoi scorci più preziosi.
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