Si stringe il cerchio attorno alla criminalità organizzata nell’area flegrea. Questa mattina, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per due uomini, gravemente indiziati di tentato omicidio plurimo, porto d’arma clandestina e rapina, con l’aggravante del metodo mafioso. I due, già noti alle cronache per la recente rapina al calciatore del Napoli David Neres, sono considerati pedine chiave nello scontro armato tra i clan Iadonisi e Troncone.
La rissa e il fuoco: quattro colpi per uccidere
L’inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, ha permesso di far luce sugli eventi di sangue dello scorso 1° marzo a Fuorigrotta. Quello che era iniziato come un violento scontro stradale si è trasformato in pochi istanti in un agguato di camorra. Secondo le ricostruzioni, gli indagati avrebbero affrontato alcuni esponenti del clan Troncone: durante la rissa, uno dei due avrebbe estratto una Beretta 92S con matricola abrasa, esplodendo quattro colpi ad altezza uomo. L’obiettivo era eliminare i rivali, in un contesto di feroce contrapposizione territoriale per il controllo degli affari illeciti tra il Rione Lauro e il resto del quartiere.
Dalla rapina a Neres al controllo del territorio
Un dettaglio investigativo di rilievo lega questo episodio a un altro fatto di cronaca che ha scosso la città: i destinatari della misura cautelare sono infatti gli stessi soggetti già coinvolti nella rapina subita dal calciatore azzurro David Neres lo scorso settembre. Un profilo criminale poliedrico, che spazia dai colpi “eccellenti” alle azioni di fuoco per conto del clan Iadonisi. Le indagini hanno inoltre scoperchiato un sistema di comunicazione inquietante: i vertici del clan Troncone, nonostante fossero detenuti, riuscivano a impartire ordini diretti ai propri affiliati in libertà, alimentando ulteriormente la spirale di violenza in zona flegrea.
Le indagini e il principio di innocenza
L’operazione odierna è il risultato di un lavoro certosino condotto attraverso intercettazioni telefoniche, attività tecniche massive e pedinamenti sul territorio. Nonostante il grave quadro indiziario raccolto dai Carabinieri e dalla DDA, resta fermo il principio di presunzione di innocenza: il provvedimento è stato emesso in sede di indagini preliminari e gli indagati potranno impugnare la misura e difendersi nelle sedi opportune fino a sentenza definitiva.
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