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Movida a Napoli, scatta il coprifuoco: ma chiudere i locali è la risposta contro la violenza?

Il sindaco Manfredi firma la nuova ordinanza sulla movida a Napoli: orari ridotti per bar e ristoranti fino a novembre. Ma chiudere i locali basta a fermare le baby gang?

Napoli si prepara a un mese di restrizioni. Il sindaco Gaetano Manfredi ha firmato una nuova ordinanza sulla movida, in vigore dal 16 ottobre al 16 novembre 2026, che impone una stretta significativa sugli orari di apertura di bar, ristoranti e locali di asporto. Il provvedimento, che copre anche il periodo dei festeggiamenti di Halloween, mira a bilanciare il diritto al riposo dei residenti con le attività economiche, ma solleva interrogativi profondi sulla reale efficacia di queste misure nel contrastare la criminalità giovanile.

La mappa delle restrizioni e i nuovi orari

Il nuovo dispositivo non riguarda più singole piazze, ma si estende a ben cinque Municipalità (I, II, III, V e X), coinvolgendo zone nevralgiche come Chiaia, i Quartieri Spagnoli, il Centro Storico, il Vomero e l’area di Bagnoli-Fuorigrotta. Gli orari sono ora scanditi con precisione: dalla domenica al giovedì la chiusura è fissata all’una di notte, il venerdì alle 02:00 e il sabato alle 03:00.

Inoltre, scatta il divieto tassativo di vendita per asporto di bevande (alcoliche e non) a partire dalla mezzanotte. Per chi non rispetta le regole, le sanzioni vanno da 25 a 500 euro, con il rischio concreto della sospensione dell’attività da 1 a 30 giorni in caso di recidiva. Il Comune ha giustificato la scelta come un passo necessario per garantire la “tranquillità e il riposo dei residenti”, dopo un percorso di ascolto con le associazioni di categoria.

Chiudere i locali o punire “i locali”? Il paradosso della sicurezza

Tuttavia, sorge spontanea una riflessione: basta abbassare una saracinesca per rendere Napoli una città sicura? L’amministrazione sembra aver individuato nei “locali” (intesi come esercizi commerciali) il capro espiatorio del disordine urbano. Ma la lingua italiana è sottile: forse il problema reale non sono i locali che somministrano drink, ma “i locali” intesi come certi abitanti, ovvero quella frangia di cittadini — spesso giovanissimi — a cui mancano educazione, senso civico e rispetto per la vita altrui.

Imporre il coprifuoco a un bar somiglia molto al gesto di chiudere gli occhi per non vedere: se non vedi il pericolo, non significa che esso sia svanito. Il freddo gelo della realtà ci dice che la violenza non ha orari e non si ferma con una multa a un ristoratore.

Oltre il coprifuoco: l’esempio del Vomero e il bisogno di presidi

L’episodio drammatico avvenuto recentemente al Vomero, dove un padre è stato pestato dal branco per aver tentato di difendere le figlie, dimostra che la criticità non è il bicchiere di vino consumato al tavolino, ma la presenza di baby gang che agiscono indisturbate. Mentre l’ordinanza colpisce l’economia sana della città, il territorio sembra gridare per un’altra necessità: un presidio costante delle forze dell’ordine e la certezza della pena per i violenti.

Punire i commercianti con orari stringenti crea un danno economico, ma non garantisce che, una volta spenti i lampioni dei bar, le strade diventino sicure. La vera risposta alla violenza non è il coprifuoco, ma la tolleranza zero verso chi aggredisce, unita a un controllo capillare delle zone della movida. Puntare il dito contro le attività produttive è un errore di prospettiva: bisogna invece colpire con forza chi trasforma il divertimento in ferocia, garantendo che nessun cittadino debba più temere per la propria incolumità mentre passeggia nelle piazze della propria città.

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